La giurisprudenza ha posto un ulteriore tassello a favore dell’abbandono, nel determinare l’assegno divorzile, del tenore di vita. Lo stabilisce la S.C. di Cassazione con l’ordinanza n. 24934/2019. Gli Ermellini, difatti, hanno ribaltato la sentenza con la quale un professionista era stato condannato a pagare, in favore della ex coniuge, un assegno di importo rilevante, in quanto tenuto ad assicurare alla controparte lo stesso “agiato” tenore di vita tenuto in costanza di matrimonio. Secondo l’assunto dei giudici, che ricalca quello delineato dalla sentenza n. 18287/2018 da parte delle Sezioni Unite, l’art. 5, c. 6, della L. 898/1970, indica alcuni criteri rilevanti per la determinazione dell’assegno divorzile. Tra questi, risulta in particolare quello dell’adeguatezza dei mezzi, che, secondo l’interpretazione più recente, è oggi da intendersi come indipendenza economica, ossia diritto ad avere una vita dignitosa. Scopo, difatti, dell’assegno divorzile, è quello di assicurare una vita dignitosa all’ex coniuge, anche in considerazione del contributo concesso dallo stesso alla formazione del patrimonio familiare. L’assegno, per contro, non ha e non assume la funzione di ricostituire il tenore di vita avuto al tempo del matrimonio; ne’ tantomeno possiede la finalità di riequilibrare i redditi dei coniugi. Tale tesi, inoltre, ribalta anche l’onere probatorio in ambito di divorzio. Oggi è il coniuge che intende ricevere l’assegno che deve dimostrare la legittimità ad ottenere l’elevato tenore di vita avuto in precedenza, mentre in passato era l’obbligato all’assegno a provare l’assenza delle condizioni giustificanti il lauto tenore di vita.